venerdì 25 maggio 2012

Il Cammino di Francesco (terza parte)

Dalle Fonti del Clitunno a piedi fino a Spoleto, Romita di Cesi, Collescipoli, Stroncone, Greccio, Rieti, per finire nell'atmosfera magica e solitaria del Sacro Speco di Poggio Bustone: 136 km che sommati a quelli percorsi nei due anni precedenti fanno circa 350 km del Cammino di Francesco.
Abbiamo camminato nella campagna umbra e nel Reatino immerse nella rigogliosa natura che in questo periodo ingaggia una gara di colori e profumi: dalle miriadi di papaveri rossi al giallo delle ginestre, dai delicati ciclamini dei boschi all'intenso caprifoglio, dalle orchidee al biancospino, al cisto rosa e bianco, alle rose di tutti i colori.
Comunque l'Umbria non è solo ombrosi boschi e verdeggianti colline, ma anche la piana della "Manchester italiana", la zona industriale di Terni con i suoi capannoni, il traffico sfrecciante e l'inceneritore.
Abbiamo camminato sotto il sole cocente e sotto la pioggia battente, destando curiosità e compassione nei locali che tante volte ci hanno offerto inutilmente un passaggio in auto: il pellegrino la sua meta se la vuole conquistare a piedi.
Abbiamo fatto incontri speciali come quello con Fra' Bernardino alla Romita di Cesi o quello con i ragazzi della comunità Mondo X o quello con Fra' Renzo del Santuario di San Giacomo.
Abbiamo ripercorso i luoghi toccati dal Poverello d'Assisi cercando di calarsi nel suo spirito e imparando ad eliminare il superfluo, ma su questo vorrei tornare successivamente.
Insomma sono felice di aver vinto la scommessa fatta due anni fa e sono grata alla mia amica S. per il suo entusiasmo coinvolgente e la sua tenacia, dote assai rara. Torno a casa più ricca e orgogliosa della mia credenziale piena dei timbri dei luoghi attraversati.
Intanto Angela Serracchioli ha scritto "Con le ali ai piedi" ed ha segnato il seguito del cammino fino a Monte Sant'Angelo. Che tentazione!

PS Qui alcune foto (anche se non sono le immagini le cose più belle che riporto a casa)

giovedì 17 maggio 2012

Di qui passò Francesco


E di qui speriamo di passare anche noi, riprendendo da Spoleto con un pensiero al mio amico Alessandro che avevo così vicino e che adesso non c'è più.
A presto,
Artemisia

mercoledì 16 maggio 2012

Gli Etruschi i nostri antenati?

La mia esplorazione del territorio di Sesto Fiorentino e di Monte Morello è stata così divertente e soddisfacente che ho sentito il bisogno di raccontarla in diversi post. Dopo il fascino della manifattura Ginori (ahinoi, la Richard Ginori è stata messa in liquidazione proprio recentemente) e l'importante memoria delle vicende della Resistenza, un altro filo conduttore della mia piccola ricerca sono state le tracce del passato etrusco.
I Rasna (come essi si chiamavano), Tirreni secondo i Greci, Tusci o Etruschi secondo i Romani, erano un popolo affascinante, raffinato, un po' misterioso. Ai piedi di Monte Morello sono state rinvenute le tombe a tholos della Montagnola e della Mula risalenti al VII secolo a.C., cioè al cosiddetto periodo orientalizzante della civiltà etrusca. Soprattutto la prima, restaurata recentemente, con il suo tumulo di 70 metri di diametro e il suo dromos (corridoio esterno) di 14 metri realizzato con possenti pietroni di alberese, ci ricorda un po' le grandi tombe micenee. E se le ricche e importanti famiglie potevano permettersi una tomba a tholos nella piana fiorentina, come testimoniano i corredi rinvenuti, sulle pendici del monte sorgeva invece il più grande cimitero popolare della valle dell'Arno: la necropoli di Palastreto, utilizzata a partire dall'VIII secolo a.C. Di quest'ultima si possono vedere solo una ventina di buche circolari scavate nella roccia ove erano poste le urne cinerarie, alcune singole, altre "gemelle" che fanno pensare a tombe di famiglia. Il sito è accessibile liberamente nel bosco e non è mai stato ritenuto degno di scavi approfonditi. Ciò nonostante è così suggestivo immaginare che quelle pendici fossero frequentate "dai nostri antenati Etruschi", per usare un'espressione cara all'archeologo che ci guida sempre con gli Amici dei Musei.
Contagiata anch'io dalla suggestione dei "nostri antenati Etruschi", per singolare coincidenza, mi sono imbattuta proprio in questi giorni nella conferenza che Guido Barbujani, ordinario di Genetica all'Università di Ferrara, ha tenuto un paio di anni fa' per il festival "Dialoghi sull'uomo" di Pistoia, proprio con il titolo: "Perché i Toscani non discendono dagli Etruschi".
Barbujani e il suo team hanno studiato il DNA dei reperti etruschi, con le enormi difficoltà che comporta avere pochissimi campioni a disposizione, che non fossero stati troppo manipolati o danneggiati, ecc. Gli studiosi lo hanno quindi confrontato con il DNA delle attuali popolazioni di tre zone toscane (Casentino, Murlo e Volterra) e anche di quella dell'Anatolia (dalla quale secondo un'antica tesi, oggi non più considerata attendibile, gli Etruschi discendevano). Infine hanno fatto delle complesse elaborazioni statistiche secondo le quali è risultato che:
1) la Toscana non è abitata da gente geneticamente identica ma vi sono componenti molto diverse del genoma.
2) Vi sono delle affinità tra gli abitanti del Casentino e quelli dell'Anatolia ma le due popolazioni si sono scambiati i genomi in un periodo che risale almeno a 13.000 anni fa (quindi nel neolitico o forse prima). Niente a che fare con gli Etruschi.
Ho riassunto in un'impietosa sintesi l'interessantissima conferenza del Professor Barbujani, così piena di stimoli, che consiglio davvero di scaricarne l'audio o il video dal sito del festival.
Ognuno di noi è convinto di far parte di una comunità che da secoli occupa una certa località. Tuttavia è preferibile avere la consapevolezza che l'identità genetica è una grande bufala e, anzi, forse è persino un handicap.
Antenati o meno, mi piace pensare con affetto e simpatia ai nostri Etruschi che vivevano a Sesto Fiorentino. Chissà se parlavano con la "c" aspirata. ;-)

domenica 13 maggio 2012

Civil servant sull'orlo di una crisi di nervi

Più ho a che fare con gli uffici pubblici e più penso che non andremo mai da nessuna parte come paese.
Ultimamente ho avuto bisogno per il mio ente (quindi non come semplice cittadina) di avere dei certificati da un'altro ufficio della pubblica amministrazione. Poiché l'esigenza si presenta periodicamente ho cercato di concordare con il funzionario responsabile una modalità che pesi meno possibile sul loro personale ma che nello stesso tempo faccia perdere meno tempo anche a me, tempo che è pagato dalla stessa "tasca", cioè dai contribuenti.
L'approccio non è stato dei migliori: sballottata fra tre persone diverse ho ricevuto tre indicazioni differenti su come fare la stessa pratica, nessuna certezza, la sensazione di una struttura molto disorganizzata e con palesi problemi di interazione al suo interno.
Una volta sono stata accolta calorosamente da una impiegata che si è offerta di farmi per il giorno dopo tutti i certificati. La seconda volta (l'impiegata non c'era) mi hanno fatto lasciare le richieste e ho dovuto telefonare tre volte per convincerli a farmeli in tempi ragionevoli. Irritante ma forse più prevedibile.
L'ultima volta, qualche giorno fa', di nuovo vengo accolta calorosamente dall'impiegata "volenterosa" la quale si rende disponibile a farli subito. Mi siedo davanti a lei in uno stanzone triste e un po' buio dove le postazioni di lavoro sono separate solo da paraventi e ciascuno ha a disposizione solo una scrivania, un computer, una stampante e un telefono.
L'impiegata mi "coccola" con i suoi modi amichevoli (diamoci del tu, ti do il mio numero di cellulare per le prossime volte, ecc.). Piacevolmente sorpresa, assisto al suo inserire i dati nel terminale, quando l'usciere le chiede che risposta dare ad un altro utente che ha prenotato per una pratica simile alla mia. L'impiegata cambia tono e con aria seccata gli dice di rivolgersi a qualcun altro intonando la solita lamentela risentita di quella "che deve riparare a tutto".
Dato che tra un paravento e l'altro si sente tutto inevitabilmente pochi secondo dopo si colgono anche le lamentele dell'impiegata a cui è finita la pratica. La "mia" allora si risente, si alza in piedi e comincia a lanciare al di sopra del paravento anatemi del tipo: "Finché non si avrà l'intelligenza di capire che bisogna adattarsi a fare di tutto, qui non si andrà mai da nessuna parte!" e l'altra gli fa eco: "Senti da che pulpito viene la predica! Parla per prima per te!". E continuano a battibeccarsi davanti a me e udite da tutti gli altri utenti, visto che l'ambiente è unico.
La "mia" impiegata ad ogni sua battuta mi ammicca in cerca di approvazione ma io sono sempre più imbarazzata. Alla fine l'altra si avvicina al nostro box e continua a inveire visibilmente alterata, mentre tutti gli altri invitano le due ad abbassare la voce e a calmarsi, finché questa sbotta in un: "Tanto, cosa credi, lo so che sei tu che vai in giro dicendo che i' mi' figliolo si sta separando dalla su' moglie!" e se ne va sbattendo la porta dello stanzone.
Io mi sento venir meno ma per fortuna la "mia" impiegata ha inserito tutti i dati, mi consegna l'ultimo certificato e mi saluta buttandomi un bacetto per poi rimettersi subito a battibeccare non so bene con chi.
Prendo i miei fogli e sgattaiolo via in tutta fretta sconsolata.
Cosa renderà certi ambienti di lavoro brodo di coltura per tali comportamenti isterici e umorali, così poco professionali e così poco dignitosi? E' un problema di donne che attraversano una delicata fase della vita? E' la scarsa cultura? E' un lavoro monotono e abbrutente? Sono i capi che non sanno coinvolgere e motivare i propri collaboratori?
E poi perché l'impiegato pubblico (mediamente) non ama il proprio lavoro, vive nella continua preoccupazione da un lato di schivare il più possibile i compiti e dall'altro far pesare quello che fa al di là di ogni ragionevolezza? Perché il dipendente pubblico, come dice Gozzini, ha bisogno di un certificato di esistenza in vita esercitando il potere di veto quando la sua utilità si dimostrerebbe semplicemente lavorando con solerzia e con qualità?

Civil servant
Civil servant cinque anni dopo

giovedì 10 maggio 2012

La lotta di classe esiste e i ricchi la stanno vincendo

Il post potrebbe esaurirsi in questo titolo, che non è mio ma ho trovato in rete. Esso sintetizza bene l'analisi di Luciano Gallino, professore emerito all'Università di Torino, uno che ci capisce, che si occupa da tempo delle trasformazioni dei processi produttivi e che ha scritto "La lotta di classe dopo la lotta di classe" (titolo bruttissimo, a mio parere).
Ma se vogliamo andare un pochino sullo specifico ecco gli spunti che ci fornisce il professor Gallino intervistato a Fahrenheit Radio 3:
  • Le classi sociali sono sempre esistite. Già nell'antica Roma si divideva la popolazione in classi censuarie. Negli ultimi 30-40 anni è invalso l'uso di parlarne sempre meno fino a negare che esse esistano. 
  • Dopo un paio di decenni nei quali le classi più ricche avevano dovuto concedere qualcosa (salari un po' più alti e stabili, stato sociale, orari di lavoro più umani, sanità pubblica, ecc.) la lotta di classe si è invertita: cioè, a partire dai governi Reagan e Thatcher degli anni Ottanta, essa avviene dall'alto verso il basso e assistiamo al riappriopriarsi da parte dei ricchi, di tutto ciò che avevano concesso."Oggi stanno vincendo su tutti i fronti" dice Gallino.
  • Le cause profonde della precarietà e della disoccupazione stanno in quella ristrutturazione dei processi produttivi che ha preso il nome di globalizzazione, in altre parole politiche del lavoro che tendono a mettere in concorrenza un miliardo e mezzo di lavoratori pagati pochissimo con lavoratori relativamente ben pagati dell'Europa Occidentale e degli Stati Uniti.
  • Le imprese non riescono ad uscire da un sistema che hanno costruito esse stesse, andando per decenni alla ricerca del luogo geografico dove trovare salari bassi, sindacati inesistenti, legislazione ambientale permissiva, ecc. Alla fine per produrre anche il più piccolo gadget c'è una tale rete di passaggi che questa catena di creazione del valore alla fine porta ad una grande insicurezza anche per le imprese. Ma la geniale trovata è stata quella di trasferire l'insicurezza della produzione, dei mercati, della finanza, insomma il rischio di impresa, sui lavoratori sottoforma di lavori precari e flessibili. Insicurezza della produzione trasferita sull'insicurezza del lavoratore e del suo reddito.
  • Come arginare almeno culturalmente il neoliberismo che da oltre trent'anni egemonizza tutto? Per prima cosa, dice l'economista, bisognerebbe parlarne molto di più ed invece i media fanno ben poco per far capire quello che succede e gli intellettuali, accademici compresi, non esercitano l'opportuna cultura critica.
  • Le politiche di austerità sono fortemente autolesionistiche dal punto di vista economico perché, se si riducono salari, pensioni, servizi e stato sociale, ci sarà meno reddito in circolazione, meno domanda interna e sicuramente più recessione, quindi meno entrate fiscali, più scioperi, più fallimenti, ecc. Secondo Luciano Gallino si tratta anche di un grave errore anche politico perchè le reazioni e i conflitti non avranno la forma di un tranquillo dialogo ai tavoli, ma il risentimento e la rabbia potrebbero spingere verso reazioni di destra o estrema destra. I governi europei non vogliono questo ma lo stanno provocando con le loro mani.
  • Vie d'uscita? Gallino auspica un movimento intellettuale di critica forte che metta a nudo i patenti rischi e le patenti devastazioni del sistema neoliberista che al momento è vincente, per affermare una diversa comprensione del reale, una società socialdemocratica ove la classe sociale che ha subito di più questa crisi non debba essere condannata. E i partiti? Il professore afferma con eleganza sabauda di trovarli "seriamente impreparati".

lunedì 7 maggio 2012

"Giustizia mosse il mio alto fattore"... anche per difendere la bellezza

Come non sentirsi disorientati, scoraggiati o arrabbiati di fronte alla attuale situazione politica del nostro paese? Eppure, come accennavo nel post del 16 aprile "I pericoli dell'antipolitica" bisogna stare attenti al facile scivolamento verso il rancore distruttivo, l'onda nera di rabbia che può travolgere tutto.
Mi conforta in tal senso ascoltare Roberta De Monticelli, una grande intellettuale che ha scritto "La questione civile. Sul buon uso dell'indignazione. Intervistata a Fahrenheit Radio 3 la professoressa De Monticelli, se da un lato condanna "la perdurante indifferenza sulle catastrofi che incombono su di noi", dall'altro indica come "buon uso dell'indignazione" innanzitutto un uso cognitivo, "uno stato di veglia mentale socratico", che io tradurrei più terra terra nel mantenere attaccato il cervello e non lasciarsi prendere dall'emotività del vaffa a tutti indistintamente. L'indignazione, dice ancora la filosofa, si distingue dalla rabbia e dal risentimento perché è la risposta ad un torto non necessariamente fatto a me ma fatto a chiunque. E' il senso di giustizia che dovrebbe guidarci (come Virgilio nella Divina Commedia) più che il rancore verso chi abusa della propria posizione. Non per niente il saggio della De Monticelli inizia citando Kant: "Se la giustizia scompare, non ha più alcun valore che vivano uomini sulla terra".
D'altro canto condivido con l'autrice anche la denuncia di un patto sciagurato tra una grande parte della classe politica ed una grande parte della nazione, una svendita costante e sistematica della legalità in cambio di consenso, di risorse comuni in cambio di piccoli privilegi personali. Siamo i servi contenti perché godiamo, con metodi non democratici, della raccomandazione e della consorteria, del malaffare e delle briciole dei privilegi del padrone. Il fatto che molti non vogliano prendere sul serio la questione morale è il sintomo che, come società, siamo ancora alla fase tribale degli interessi localistici e familistici, un po' come non riuscissimo ad arrivare all'età adulta e al carico di responsabilità che essa comporta.

Ha ragione Roberta De Monticelli anche quando denuncia appassionatamente la disattenzione generale per la lenta catastrofe del brand del nostro paese, per la dissipazione della sua bellezza e del suo paesaggio, sua fonte principale di ricchezza. Non tutti però, a parer mio, sono in grado di cogliere questo degrado. Trovo che il piacere estetico non sia innato ma si debba imparare e coltivare. 
L'altro giorno, passeggiando sulle colline intorno a Firenze, sbirciavo nelle belle case circondate da un ameno paesaggio, notavo la cura dei giardini privati immaginando degli interni altrettanto belli. Io penso che una persona che nasce in tale contesto parta già molto avvantaggiata nella capacità di apprezzare la bellezza. Anche se non sapesse nulla di arte e di architettura le verrebbe naturale indignarsi se le costruissero un viadotto davanti a casa. Al contrario non so quanto un giovane nato e cresciuto, per esempio, a Scampia o allo Zen di Palermo o al Librino di Catania si possa rendere conto del degrado in cui vive se qualcuno non lo aiuta a riconoscere il torto che sta subendo.
E questo proposito mi è venuto in mente un bellissimo dialogo del film "I cento passi":

"Sai cosa penso? Che questo aereoporto in fondo non è brutto, anzi, visto così dall'alto. Uno sale qua sopra e potrebbe anche pensare che la natura vince sempre, che è ancora più forte dell'uomo, e invece non è così. In fondo tutte le cose anche le peggiori una volta fatte poi si trovano una logica una giustificazione per il solo fatto di esistere. Fanno 'ste case schifose con le finestre in alluminio i muri di mattoni vivi, i balconcini, la gente ci va ad abitare e ci mette le tendine, i gerani, la televisione... dopo un po' tutto fa parte del paesaggio. C'è, esiste, nessuno si ricorda più di com'era prima. Non ci vuole niente a distruggere la bellezza."
"Ho capito e allora?"
"E allora invece della lotta politica, la coscienza di classe, tutte le manifestazioni e 'ste fesserie bisognerebbe ricordare alla gente cos'è la bellezza, aiutare a riconoscerla, a difenderla.
Peppino Impastato (Luigi Lo Cascio)
dal film "I cento passi" di Marco Tullio Giordana

domenica 6 maggio 2012

Ciao Sabrina

E' strano. Vieni a conoscenza che una giornalista della tua radio locale preferita è morta e naturalmente la notizia ti colpisce. "Solo 43 anni! Poveretta!" Poi pensi che comunque non la conoscevi nemmeno, non sai niente di lei, non sai nemmeno che faccia avesse. Un'esistenza che ti ha appena sfiorato.
E allora perchè continui a pensarci? Pensi che aveva più o meno la tua età, anzi qualche anno meno. Pensi al vuoto che può lasciare una madre in una figlia adolescente. Pensi che la sua voce ti era familiare e simpatica. Pensi a quanto era gentile e tollerante con le chiamate di certi ascoltatori che tu avresti mandato subito a quel paese. Pensi alle sue trasmissioni sul non-acquisto che rivelavano qualche suo aspetto più intimo e quotidiano (Ma come, Sabrina, solo ora scopri che hai un sacco di prodotti scaduti in dispensa?). Pensi alla serietà delle sue inchieste (mi ricordo un suo reportage nella China Town di Prato quando, entrando in un bar, non riusciva a trovare nessuno che parlasse italiano). Pensi che avevi già notato la sua assenza dalla radio da settembre e avevi anche chiesto ai colleghi il motivo ("Sabrina è assente per un periodo di malattia, non ci sono ancora tempi certi per il suo rientro"). Scopri solo ora che era la compagna di un altro bravo giornalista di Controradio. Scopri solo ora che era non fiorentina ed infine trovi il suo volto in rete.
E allora capisci che Sabrina Sganga ti mancherà perché comunque era un tassello della tua vita. Un piccolo tassello al quale però non avresti proprio voluto rinunciare.
Ciao Sabrina.